• Simona D'Isanto

#HUMANITYMATTERS - l'umanità conta

Aggiornato il: giu 10

Come molti, sono rimasta scioccata dalle immagini del poliziotto con il ginocchio sul collo della persona di George Floyd, in fermo, a terra e dalla voce sempre più debole che implora I CAN’T BREATHE ..…non riesco a respirare.


Otto lunghissimi minuti prima di perdere conoscenza.


Sul momento non ho capito cosa mi scioccava : il fatto che il poliziotto non capisse o che nessuno facesse nulla?… poi ho compreso cosa mi toccava tanto… la perdita di umanità che salta agli occhi in quelle immagini.



Il poliziotto in ginocchio ha il volto impassibile, come quasi disconnesso da questo mondo…come è possibile che non sente i lamenti, come è possibile che non si rende conto di cosa sta facendo, come è possibile che non sembra vivere nessun tipo di emozione?


Poi è disarmante la mancanza di reazione dei poliziotti intorno. Sono tutti molto vicini, in particolare quello che sembra voler distanziare la folla, compresa la persona che riprende la scena. Anche il suo volto è impassibile, non traspare alcuna empatia. Possibile che non ascolta (senta) quelle parole disperate “ Non riesco a respirare” Possibile che non si è mai girato verso il suo collega per guardarlo negli occhi o suggerirgli di fare attenzione perché sta oltrepassando il limite?


E mentre mi interrogo e guardo le foto segnaletiche del poliziotto arrestato, un dolore mi invade il petto… quali circostanze hanno portato queste persone a perdere la loro umanità? Dove e come sono cresciute, cosa hanno vissuto e visto nei loro anni di carriera, quali traumatismi hanno subito e mai rielaborato, così da perdere quel cuore essenziale che distingue gli uomini dalle bestie?

Non voglio trovare delle giustificazioni, non ci sono giustificazioni per quello che è accaduto.

Ma, esclusi psicopatici e altre particolarità di deficit mentale, voglio capire dove e quando per ogni essere umano si oltrepassa quella linea sottile tra l’umano e la bestia. Quale è il limite di emozioni bloccate troppo difficili da gestire che creano prima rabbia, poi odio e poi indifferenza fino a uccidere senza rimorso.


Oggi dovunque leggo #Blacklivesmatter.

Sono assolutamente d’accordo; eppure considero che usare questo hashtag in questo momento è uguale a gettare olio sul fuoco, ad aumentare l’odio e la separazione invece di riunire, invece di provare a venirsi incontro, invece di provare a trovare un punto di connessione per poi creare un mondo nuovo dove ci incontra, ci si comprende, ci si perdona, ci si aiuta, ci si sostiene. Dove non si ha più paura della cultura o pelle, genere o religione differente.



Idealista …, sicuramente … ma non impossibile… basta guardare le immagini di Pittsburg dove un gruppo di poliziotti si è inginocchiato e la folla in protesta non solo li ha salutati, ma è andata a ringraziarli e a congratularsi di persona ...li il cuore ha preso la parola. Per ognuno di loro quello è un nuovo inizio, un passo verso l’empatia, la capacità di accettare che anche l’altro ha le sue sofferenze e difficoltà come i suoi affetti e il suo cuore … e che abbiamo bisogno degli uni come degli altri. Quanto possono essersi sentiti bene la sera rientrando alle loro case? Al contrario di quelli che si sono battuti gli uni contro gli altri cercando di mantenere le loro posizioni?


La Giustizia, dal latino iustus, è essenziale per girare pagina e ricostruirsi, ma può avvenire solo dopo aver provato a comprendere gli uni e gli altri, trasformato il dolore e perdonato dove possibile.

E se in realtà il vero hashtag da sottolineare oggi fosse #ALLLIVESMATTER ma soprattutto #HUMANITYMATTERS ?


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